La Salus Popoli Romani tanto invocata dai cristiani da meritare l'appellativo aggiuntivo di "Salus Mundi" - Lettura per gli studenti della scuola secondaria di II grado





Salvum fac populum tuum Domine!
Credo che in tutta la Cristianità non ci sia effige più indicata della “Salus Populi Romani” per impetrare presso Dio la grazia necessaria per superare le situazioni più avverse.
Nella tradizione figurativa romana vi è un gruppo di icone acheropite (in greco, letteralmente “non dipinte da mano d’uomo”) che la leggenda, la tradizione, riconosce come di origine miracolosa. Invocate durante guerre, pestilenze o carestie, esposte alla pubblica venerazione o solennemente portate in processione, queste immagini erano spesso attribuite alla mano dell’evangelista Luca (autore del “Vangelo della Misericordia” e Patrono di tutti gli Artisti) ed esercitavano un’incidenza certo notevole nella vita sociale e religiosa. Furono soprattutto le icone di soggetto mariano ad avere un posto di primo piano nella devozione popolare. L’immagine affettuosa della Madre che stringe sé il Figlio ancora bambino è un motivo iconografico che viene elaborato originariamente in ambito bizantino ma che trova presto larga accoglienza in tutto il mondo cristiano.
A Roma, le prime icone mariane di ispirazione orientale si attestano a partire dal V secolo (Madonna di Santa Maria Nuova), per raggiungere l’acme della loro diffusione tra il secolo VI e VIII (Madonne di Santa Maria in Trastevere e di Santa Maria ad Martyres); un caso a sé è invece costituito dal tipo del monasterium tempuli, già nella basilica di San Sisto sulla via Appia, il cui prototipo iconografico, ancora riecheggiato nelle più tarde versioni all’Ara Coeli, in Santa Maria in Campo Marzio, ai Santi Bonifacio e Alessio e in Santa Maria in via Lata, si configura come invenzione siro-palestinese del VII-VIII secolo.
Forse la più celebre fra queste icone mariane è la tavola di Santa Maria Maggiore, particolarmente cara alla pietà popolare e tanto legata all’identità cittadina da meritare l’appellativo di Salus populi Romani, (“salvezza del popolo romano”). La datazione dell’antica immagine, assai controversa, è tutt’ora oggetto di dibattito.
Tradizionalmente ritenuta originaria di Gerusalemme, dove sarebbe stata dipinta dallo stesso san Luca, per comparire poi a Roma sotto Sisto III (432-440) ed essere da lui donata alla basilica che era stata costruita dal suo predecessore Liberio sull’Esquilino (352-366), l’immagine mostra in realtà caratteri di stile cronologicamente molto più avanzati. L’iconografia della Madre col Figlio fonde infatti il tipo greco della Odighitria (dal greco hodeghètria, “colei che mostra la via”, cioè Cristo) con quello della glykophilùsa, (“che ama con dolcezza”, la Madre della tenerezza) rimandando dunque al canone della primitiva arte bizantina anteriore alla crisi iconoclasta e orientando quindi verso una datazione alta del manufatto (VIII-IX secolo). Tuttavia la stesura differenziata degli impasti cromatici, che alterna alla descrizione calligrafica di vesti e accessori la costruzione strutturata delle mani e dei volti, avvicina il dipinto a prodotti consimili del medioevo romano, venendo di conseguenza a situarsi tra il secolo XI e il XIII. Posta inizialmente nella navata principale della basilica liberiana, dal 1613 l’immagine si trova nell’attuale collocazione, sull’altare della cappella Borghese in Santa Maria Maggiore, all’interno di una teca bronzea munita di cristallo, con iscrizione dedicatoria di Paolo V (Camillo Borghese, 1605-1621).
La tavola mostra l’immagine familiare della Madre di Dio (theotòkos), vestita di un manto (maphòrion) azzurro fregiato d’oro, mentre porta avanti le braccia per sorreggere il Bambino, tenendole incrociate all’altezza della vita: nella sinistra stringe una mappula, fazzoletto ricamato di uso cerimoniale, in origine collegato alla simbologia imperiale; con la destra, munita di anello, sembra accennare a un gesto, interpretato da alcuni come un’allusione di significato trinitario. Il mantello che ne disegna la figura le avvolge completamente le spalle e il capo, ma lascia intravedere la tunica, di cui fuoriescono le maniche e si riconoscono porzioni all’altezza del petto e dei fianchi.
La suprema eleganza dell’immagine, accentuata dalla fluidità dei contorni e dall’apparente disinvoltura della posa, è aumentata dall’intensità dello sguardo, parzialmente velato dalla penombra e diretto ostentatamente di lato. Il Bambino stesso, vestito di un hymàtion e con la destra portata avanti in gesto di benedizione, rivolge il proprio sguardo alla Madre, mentre l’espressione adulta e il codice preziosamente rilegato che impugna con la sinistra conferiscono centralità e importanza al suo ruolo.
Guardiamo a questa icona e preghiamo Maria, madre del Verbo, madre di Cristo e madre nostra, perché soccorra i suoi figli da ogni male, fisico e spirituale!

Professor Carlo Agen

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