“Racconto di Carnevale” di Piero Bargellini

Racconto di Carnevale


Nelle vetrine di alcuni negozi, appaiono maschere di cartone, che sembrano fare sberleffi ai passanti. Il cartolaio vende stelle filanti e coriandoli.·
Qualche ragazzo se ne riempie le tasche e, quando passa vicino ad un compagno, glieli getta addosso. Le bambine temono i coriandoli, che s'impigliano nei loro capelli lunghi.
In Italia, alcune città hanno la loro maschera tradizionale:
Torino c'è Gianduia; a Milano c'è Brighella; a Bergamo c'è Arlecchino; a Venezia c'è Pantalone; a Bologna c'è il dottor Balanzone; a Firenze c'è Stenterello; a Roma c'è Rugantino; a Napoli c'è PuIcinella.
Ma la storia più bella è quella di Arlecchino, che era un bambino di Bergamo.
L'ultimo giorno di Carnevale tutti i suoi amici si vestivano in maschera, con gli abiti cuciti dalle loro mamme.
Arlecchino era figlio di una povera vedova, la quale non aveva neppure un braccio di stoffa, per cucire il vestito al suo bambino.
Allora tutte le altre mamme le regalarono un pezzetto della loro stoffa e la vedova cucì un vestito formato da tante toppe di diverso colore.
Sembrava che un vestito così misero dovesse sfigurare.
Invece, quando Arlecchino apparve con quel suo vestito a toppe di tutti i colori, fu un vero trionfo.
Per tutta Bergamo s'alzò il grido di: - Viva Arlecchino!

Piero Bargellini

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