DIDATTICA SCUOLA PRIMARIA

Didattica Scuola Primaria di Ercole Bonjean

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giovedì 11 aprile 2013

"Pinocchio" di Carlo Collodi, capitolo XIII: "L'osteria del Gambero Rosso".




XIII
L’osteria del Gambero Rosso.

Cammina, cammina, cammina, alla fine sul far della
sera arrivarono stanchi morti all’osteria del Gambero Rosso.
– Fermiamoci un po’ qui, – disse la Volpe, – tanto per
mangiare un boccone e per riposarci qualche ora. A mezzanotte poi ripartiremo per essere domani, all’alba, nel Campo dei miracoli.
Entrati nell’osteria, si posero tutti e tre a tavola: ma
nessuno di loro aveva appetito.
Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di
stomaco, non poté mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana: e perché la trippa non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato!
La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa
anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato una
grandissima dieta, così dové contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa; e poi non volle altro. Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla alla bocca.
Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio. Chiese
uno spicchio di noce e un cantuccino di pane, e lasciò nel piatto ogni cosa. Il povero figliuolo col pensiero sempre fisso al Campo dei miracoli, aveva preso un’indigestione anticipata di monete d’oro.
Quand’ebbero cenato, la Volpe disse all’oste:
– Dateci due buone camere, una per il signor Pinocchio e un’altra per me e per il mio compagno. Prima di ripartire schiacceremo un sonnellino. Ricordatevi però che a mezzanotte vogliamo essere svegliati per continuare il nostro viaggio.
– Sissignori, – rispose l’oste e strizzò l’occhio alla Volpe e al Gatto, come dire: «Ho mangiata la foglia e ci siamo intesi!...».
Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si addormentò a colpo e principiò a sognare. E sognando gli pareva di essere in mezzo a un campo, e questo campo era pieno di arboscelli carichi di grappoli, e questi grappoli erano carichi di zecchini d’oro che, dondolandosi mossi dal vento, facevano zin, zin, zin, quasi volessero dire: «Chi ci vuole venga a prenderci». Ma quando Pinocchio fu sul più bello,
quando, cioè, allungò la mano per prendere a manciate tutte quelle belle monete e mettersele in tasca, si trovò svegliato all’improvviso da tre violentissimi colpi dati nella porta di camera.
Era l’oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era suonata.
– E i miei compagni sono pronti? – gli domandò il burattino.
– Altro che pronti! Sono partiti due ore fa.
– Perché mai tanta fretta?
– Perché il Gatto ha ricevuto un’imbasciata, che il suo
gattino maggiore, malato di geloni ai piedi, stava in pericolo di vita.
– E la cena l’hanno pagata?
– Che vi pare? Quelle lì sono persone troppo educate
perché facciano un affronto simile alla signoria vostra.
– Peccato! Quest’affronto mi avrebbe fatto tanto piacere! – disse Pinocchio, grattandosi il capo. Poi domandò:
– E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici?
– Al Campo dei miracoli, domattina, allo spuntare del
giorno.
Pinocchio pagò uno zecchino per la cena sua e per
quella dei suoi compagni, e dopo partì.
Ma si può dire che partisse a tastoni, perché fuori dell’osteria c’era un buio così buio, che non ci si vedeva da qui a lì. Nella campagna all’intorno non si sentiva alitare una foglia. Solamente alcuni uccellacci notturni, traversando la strada da una siepe all’altra, venivano a sbattere le ali sul naso di Pinocchio, il quale, facendo un salto indietro per la paura, gridava: – Chi va là? – e l’eco delle colline circostanti
ripeteva in lontananza: – Chi va là? chi va là? chi
va là? Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di un albero un piccolo animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente.
– Chi sei? – gli domandò Pinocchio.
– Sono l’ombra del Grillo-parlante, – rispose l’animaletto, con una vocina fioca fioca, che pareva venisse dal mondo di là.
– Che vuoi da me? – disse il burattino.
– Voglio darti un consiglio. Ritorna indietro e porta i
quattro zecchini, che ti sono rimasti, al tuo povero babbo che piange e si dispera per non averti più veduto.
– Domani il mio babbo sarà un gran signore, perché
questi quattro zecchini diventeranno duemila.
– Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono
di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni! Dai retta a me, ritorna indietro.
– E io, invece, voglio andare avanti.
– L’ora è tarda!...
– Voglio andare avanti.
– La nottata è scura...
– Voglio andare avanti.
– La strada è pericolosa...
– Voglio andare avanti.
– Ricordati che i ragazzi che vogliono fare di loro capriccio e a modo loro, prima o poi se ne pentono.
– Le solite storie. Buona notte, Grillo.
– Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla
guazza e dagli assassini!
Appena dette queste ultime parole, il Grillo-parlante si
spense a un tratto, come si spenge un lume soffiandoci sopra, e la strada rimase più buia di prima.

Comprensione del testo
  1. Dove si recarono il Gatto, la Volpe e Pinocchio?
  2. Cosa dissero di avere il Gatto e la Volpe?
  3. Cosa mangiarono?
  4. Cosa sognò Pinocchio durante la notte?
  5. Chi pagò il conto dell'osteria?
  6. Come mai il Gatto e la Volpe erano già partiti?
  7. Chi incontro Pinocchio?
  8. Cosa gli consigliò l'ombra del Grillo?
  9. Pinocchio credette al consiglio del Grillo?
Interpretazione del testo
  1. Perché l'oste strizzò l'occhio al Gatto e alla Volpe?
  2. Cosa volevano in realtà il Gatto e la Volpe?
  3. Cosa sognò Pinocchio? Perché non accettò il consiglio del Grillo parlante?


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