DIDATTICA SCUOLA PRIMARIA

Didattica Scuola Primaria di Ercole Bonjean

Didattica della lingua italiana - Didattica della Storia - Didattica della Geografia - Didattica della matematica - Il metodo globale fonematico - Esercizi di grammatica - Testi di vario tipo - Prove di verifica - Lettura e comprensione del testo - Ortografia - Schemi per la costruzione del testo - Schede di dettati svolti in classe - Schede di valutazione delle competenze - Aspetti normativi e deontologici della funzione docente - Il testo poetico: analisi ed interpretazione, schemi di lavoro, schede.

sabato 19 gennaio 2013

Ortografia: come si scrive?

La musica della parola
Mi piace pensare ai vari segni della punteggiatura come alle pause di uno spartito musicale nel quale le parole sono le note e i segni d’interpunzione le pause, i tempi dell’opera. Il compositore è libero di creare musica come desidera; mentre compone l’opera suona il pianoforte e sovente cambia le pause, talvolta cambia le note, e la musica cambia. E’ ciò che avviene quando si scrive, se sposti una virgola cambia il senso di quanto vogliamo affermare. La grammatica non può dettarci una regola che non ha regola. Sta a noi valutare attentamente quando occorra o meno inserire nello scritto il segno che ci sembra più adatto allo scopo. Il buon senso e la logica sono la regola non scritta a cui dobbiamo fare riferimento.
Come si scrive?  
                                                                          
Come si scrive la parola rocce? Maestro guardi ho trovato un errore d’ortografia sul nostro libro di lettura! Perché il cielo è azzurro? Cosa significa la parola obsoleto? Ringrazio il bambino che mi pone la domanda per rassicurarlo e metterlo a suo agio. Il dubbio è sinonimo di intelligenza e chi non ha mai dubbi è sfortunato; non potrà mai assaporare la bellezza di vivere nella sua interezza.  

La mia prima interrogazione
  
Se sposto le lancette dell’orologio nella side bar del sito a destra, sì proprio quello, quell’affare rotondo azzurrino, che ogni giorno che passa diventa sempre più antipatico, di qualche milione di giri verso sinistra mi ritrovo al mio primo giorno di scuola. Trentasette anni fa ero già nella scuola elementare di piazza Roma, un pivello di ventidue anni allo sbaraglio. Fu in quell’occasione che presi un brutto voto, che non è detto  sia negativo in assoluto; è anche possibile che diventi un efficace antidoto all’ignoranza. Ero emozionatissimo e i bambini lo colsero al volo. Non sapendo cosa fare ebbi la malaugurata idea di sollecitarli a condurre la lezione. Dopo le presentazioni di rito li stimolai in questo senso. “Sono qui solo per oggi, perciò approfittatene per pormi qualche domanda, sarò lieto di potervi essere utile”. Due fari neri si accesero all’improvviso in contemporanea ad una bella fila di denti bianchi che si aprirono in un sorriso furbetto: “Ho sempre il dubbio su come si scrive la parola ciliegia al plurale, ci può spiegare quando occorre la i e quando  invece non si deve mettere?”. Ciliegie o ciliege? E perché? Sicuro risposi: “Beh, è molto semplice ciliegie e non ciliege”. La bambina mi contraddisse subito: “Anch’io pensavo fosse così, ma sul nostro libro di lettura c’è proprio scritto ciliege e non ciliegie”. Cominciai a sudare freddo ed ora avevo 25 fari puntati dentro ai miei. Per riparare all’errore, come spesso capita, ne feci uno peggiore. “Può anche succedere che sul libro vi siano degli errori”. Trascorsero alcuni secondi di quelli molto lunghi e poi all’unisono “Ci spieghi la regola” . La sapevo ma a quel punto non ero più sicuro di niente. Me la cavai proponendo alla vispa scolaresca di anticipare l’intervallo di circa un’oretta. Non si fecero pregare molto e si gettarono sulle focacce dimenticando, grazie a Dio, le ciliegie o le ciliege.

La regola
A distanza di 37 anni rispondo alla domanda della bambina. Non è errore né scrivere ciliegie, né scrivere ciliege, come è corretto scrivere provincie o province. Entrambe sfuggono alla regola che normalmente ci guida in caso di ragionevole dubbio. Le parole che sono precedute da vocale nella forma al plurale mantengono la i quindi avremo camicie, grigie, valigie. Le parole precedute da consonante perdono la i; avremo quindi rocce,  lance, piogge. Seguono la stessa regola anche le parole che terminano in scia; avremo quindi nella forma plurale di coscia – cosce, di fascia – fasce, di striscia – strisce.

La divisione in sillabe

E’ un argomento questo che compare sovente tra le chiavi di ricerca che vi portano sempre più numerosi nei due siti di didattica della lingua italiana. Devo dire che la cosa non mi ha sorpreso neanche all’inizio di questa straordinaria avventura; molto più difficile per il giovane maestro internauta comprendere il significato di neologismi americani come tag, plugin, dashboard che invadono il nostro modo di comunicare ed inesorabilmente lo modificano. La divisione delle parole è semplice per quel che concerne le regole grammaticali, un po’ meno semplice è farle metabolizzare a bambini e bambine di sei, sette anni. Sintetizzo anche se non è il mio forte.
Se ci troviamo di fronte a parole bisillabe, trisillabe od anche quadrisillabe semplici la divisione viene spontanea e non vi sono problemi di sorta: PA- NE, BA – NA –NA, SA – LA – MI –NO.
Nel caso di raddoppiamento delle consonanti si divide sempre: TET – TO, PAL – LA, CAC –CIA, PIOG –GE.
La divisione in sillabe è facile quando ci troviamo di fronte a parole che iniziano con una vocale che precede una consonante semplice: A – MO – RE, E – DE – RA, I – NI – ZIA – LE, O-RO-LO-GIO, U – MA – NO.
Un ‘altra difficoltà nasce da parole con gruppi di consonanti diversi tra loro BR, TR, DR, SF, STR, SPR, che nella suddivisione in sillabe si uniscono alla vocale che segue, avremo quindi: BRI – NA, TRE – NO, LA – DRO, SFE – RA, STRA – DA, SPRE – CO.
Qualche ragionevole dubbio può sorgere nel caso di consonanti che non possono fare gruppo e vanno divise, la prima si collega alla vocale che precede, la seconda a quella che segue: AR –TE, EN – FA –SI, OR –CO, AC –QUE – DOT - TO, SUB –DO –LO, TEC –NO –LO –GIA, PAL - CO –SCE- NI –CO, MAR –XI –SMO, AL – CHI – MIA.
Le dolenti note, i dubbi più che fondati, si presentano quando occorre distinguere nella suddivisione in sillabe tra il dittongo e lo iato (PA –U –RA, PIO –VRA) che non è facile non solo per i bambini ma talvolta anche per gli insegnanti le mamme ed i papà. E’ buona norma, a mio parere, andare a capo sempre con la consonante e mai per vocale, è corretto e si evitano inutili perdite di tempo. Perché andarci a cercare delle rogne quando ne abbiamo già tante?

Maiuscola o minuscola?

Su questa convenzione della lingua italiana, sull’iniziale maiuscola o minuscola dei nomi comuni e dei nomi propri la confusione da sempre regna sovrana. La regola apparentemente è semplice e non dovrebbe lasciare adito a dubbio alcuno: per sua stessa dizione la parola proprio indica il nome che va scritto con l’iniziale maiuscola. Il problema sorge con i nomi comuni che diventano nomi propri. La regola che diverge dalla regola, secondo la prassi comune consolidata, indica di scrivere con l’iniziale maiuscola i nomi comuni che in particolari situazioni diventano unici: “ Rimarrà per sempre indelebile nella memoria l’immagine della statua della Libertà”. In questo contesto diventa obbligatoria la lettera maiuscola e l’idea di libertà diventa persona alla stessa stregua del nome proprio della città che la ospita, New York, e della celebre statua che la identifica. “Il Presidente della Repubblica Napolitano presenzia alla cerimonia … “. “Non è compito di un presidente occuparsi … “. Non sempre viene applicata questa convenzione e i nomi comuni che diventano nomi propri, e viceversa, sono in continuo aumento.
L’Italiano è portato per l’arte”. “I Tedeschi amano la musica di Wagner”. Negli esempi i due aggettivi italiano e tedeschi hanno valore di nome proprio, non fanno più parte di una categoria di tanti, ma diventano nomi propri come Roma o come Berlino. Questa regola è spesso disattesa.

Terra o terra? Dio o dio?

La regola consolidata della grammatica esiste e va applicata. Questi nomi se si esprimono nel linguaggio scientifico debbono avere la maiuscola per proprio status, per quel che concerne tutti gli altri casi è opportuno usare la lettera minuscola. Scriveremo quindi “La Terra ruota attorno al Sole” oppure “Il sopraggiungere delle tenebre rese invisibile la terra”.
La parola Dio, a mio parere, va scritta con la lettera iniziale maiuscola in tutti quei casi in cui è simbolo di un unico creatore ed espressione di un credo monoteista. Gli dei e non gli Dei invece per quel che riguarda le religioni di tipo politeista in scritti di oggi riferiti al passato della storia dell’uomo.

La minuscola creativa

Un vezzo, oramai poco originale, è l’uso improprio della lettera minuscola che non tiene conto di alcuna convenzione ortografica. Nacque in tempi lontani dall’unico punto di riferimento culturale di massa degli Italiani di allora: la RAI. Qualche genio creativo ebbe la  fantastica idea di far scrivere tutti i titoli di coda dei programmi televisivi dell’epoca con tutte le lettere scritte in minuscolo. Fu una vera rivoluzione dell’ignoranza di cui ancora godiamo i benefici. Oggi l’originalità potrebbe essere l’esatto contrario, saper scrivere secondo le regole grammaticali della patria di Dante Alighieri.

Gli accenti

 Se analizzo gli errori ricorrenti commessi dai miei alunni, dal 1973 sino ad oggi, la parte del leone spetta senza ombra di dubbio agli accenti: vero campo minato della lingua italiana non solo per i bambini. E’ buona norma, a mio parere, tener presente, per decidere se porre l’accento sulla parola da scrivere o meno, che il suono sull’ultima vocale facilmente induce all’errore e talvolta si rende necessario un semplice ma indispensabile ragionamento sul perché si usano gli accenti e quando occorre usarli.
Dà quando è tempo presente (“Non mi dà alcuna soddisfazione”) del verbo dare per
distinguerlo dalla preposizione semplice da ( “Vieni da me nel pomeriggio”).
Dì come giorno (“Un bel dì”) per distinguerlo da di preposizione (“Il piacere di leggere”) e di’ imperativo di fare (“Di’ la verità”).
Là avverbio di luogo (“E’ andata là”) da la articolo (“Dammi la mano”) pronome (“Non la conosco”)e nota musicale (“Diede il la all’orchestra”).
Lì avverbio di luogo (“Aspettami lì, per favore”) da li pronome “Li incontrerò in tarda serata”.
Né (“Né questo, né quello”)congiunzione da ne (“A questo punto me ne vado”) pronome ed avverbio.
Sé (“E’ poco sicuro di sé”) pronome personale da se (“Se sapesse in che guaio si è cacciato” “Se ne assume tutte le responsabilità!”) congiunzione.
Sì (Sì, vengo subito) avverbio di affermazione da si pronome (“Si è reso colpevole di una pessima azione”).
Tè pianta (“Possiede un’enorme piantagione di tè”), bevanda (“Adora il tè inglese”) da te pronome (“Vengo con te al cinema”) .

Si incorre facilmente nell’errore nel caso di accenti su fa, va, so [fà, và, so] a causa del suono della vocale.

I segni d’interpunzione

Non esistono regole fisse che definiscano come usare i segni d’interpunzione. E’ tuttavia evidente che un buon utilizzo della punteggiatura può fare la differenza e migliorare la qualità dell’espressione scritta. Ogni persona ha un proprio stile linguistico che è la cartina di tornasole di se stesso. L’uso della punteggiatura definisce un aspetto rilevante del saper scrivere. Siamo sì liberi di adoperare come riteniamo opportuno il punto o la virgola, ma non dimentichiamo che questi segni hanno valore di pausa lunga o breve e vanno inseriti nel periodo con logica e parsimonia: “melius deficere quam abundare” l’esatto contrario della famosa locuzione latina, a mio parere, fa al caso nostro.
[I latini erano soliti affermare “melius abundare quam deficere” (è meglio abbondare che scarseggiare)].
Nel prossimo post prenderò in esame l’uso della virgola.

La virgola

La virgola è una pausa breve il cui uso nelle diverse situazioni linguistiche è una mera questione di gusti; definisce lo stile di chi scrive. Per sua natura non genera un vero e proprio stacco nel periodo, ma ne evidenzia i vari passaggi, senza modificarne il significato. Tutte le virgole presenti nella frase precedente potevano essere inserite o meno senza commettere nessun errore (passaggi,senza) passibile di bocciatura ad un esame o ad un concorso come recentemente accaduto per gli strafalcioni d’ortografia (sembra incredibile quanto appreso dagli organi d’informazione!). Vi sono tuttavia alcuni casi in cui la virgola è obbligatoria.
a) Prima e dopo le esortazioni (vocativo) “Prego, si accomodi, arrivo subito”; “Aspettami, vengo immediatamente”.
b) Per separare gli incisi in una frase. Si riconoscono facilmente perché non mutano in alcun modo l’essenza della proposizione principale, ma aggiungono informazioni che potrebbero,tuttavia, anche non esserci: “Nettuno, dio del mare, rese difficile la navigazione di Ulisse”, “Socrate, famoso filosofo greco, fu processato ingiustamente”.
c) In alcuni casi la virgola, se posta in punti diversi della stessa proposizione, modifica il significato della frase:
E’ morto il Re, prega per la sua anima!” “E’ morto, il Re prega per la sua anima!”. E’ proprio il caso di dire che una piccola virgola può, talvolta, cambiarti la vita…

Il punto e virgola

Peccato sia diminuito nell’uso comune questo importante segno d’interpunzione. E' oramai prerogativa solo dei migliori, di chi ben si destreggia nei meandri più profondi della nostra lingua approfittando a piene mani dell'opulenza che la contraddistingue. Il punto e virgola è per definizione il giusto mezzo tra la virgola ed il punto, la pausa più idonea in un determinato periodo. Ha la funzione di dividere taluni elementi di uno stesso concetto base senza interromperlo. Anche in questo caso il suo uso è una questione di gusti e non è un compito a casa porlo o meno. Un esempio: “Lunedì mattina andremo a visitare il museo Luzzati di Genova; sempre in mattinata parteciperemo a dei laboratori d’arte; nel primo pomeriggio torneremo a casa”.
Come per tutti gli altri segni d’interpunzione facciamo nostra la famosa locuzione latina “Melius deficere quam abundare” in antitesi al suo significato originario.

I due punti

I due punti costituiscono una pausa sui generis: può essere più breve o più lunga a seconda delle diverse situazioni linguistiche, vediamole:
L’uso più comune dei due punti è rappresentato dal discorso diretto, in questo caso la pausa ha la funzione di introdurre un dialogo: se ne accorgono i miei alunni di classe seconda sempre più appassionati per la lettura di racconti e fiabe. [ E il tessitore gli si rivolse furioso e disse: - Perché mi guardi in quel modo? Sei forse una spia che fa il gioco del nostro padrone? (tratto dal racconto “Il giovane re” di Oscar Wilde)].
E’ obbligatorio adoperarli in un elenco di cose: “Sarà opportuno predisporre tutto l’occorrente per costruire l’aquilone: carta colorata, stecche di legno, filo … “.
Assumono notevole rilevanza quando si esprimono idee o concetti: “Non dovrete mai dimenticare le idee cardine che hanno contraddistinto la Rivoluzione Francese: Liberté, Egalité, Fraternité”. Oppure: “I casi sono due: o annegare o nuotare”.
In ultimo la funzione più importante: l’utilizzo di questo particolare segno d’interpunzione a conclusione di un determinato ragionamento che esprime un’idea più chiara e precisa su quanto detto in precedenza. Un po’ lunghetto l’esempio che vi propongo ma rende l’idea: “Lungo le scale ho incrociato il barbiere che, a lavoro ultimato, se ne scendeva canticchiando per consumare la prima colazione che gli era stata preparata in cucina. Ho avuto fortuna: il morto era stato lasciato incustodito”. [“L’ombra e la meridiana” di Paolo Maurensig].

Il punto

E’, in definitiva, il più semplice tra i segni d’interpunzione. Ha una funzione precisa: chiude un periodo compiuto in ogni sua parte, e tutto ciò che viene dopo esprime un nuovo pensiero, un nuovo ragionamento.


Il punto esclamativo!

I due aggettivi, esclamativo e interrogativo, descrivono in modo completo la funzione di questo segno d’interpunzione. La principale difficoltà può nascere dall’uso della lettera maiuscola o della lettera minuscola dopo le esclamazioni o le interrogazioni poste al termine della frase. Il dubbio si scioglie con un semplice ragionamento: se dopo il punto esclamativo o interrogativo si chiude in modo definitivo il periodo, il nuovo periodo deve iniziare con la lettera maiuscola. Quando invece più proposizioni sono in stretta relazione tra loro è preferibile usare, dopo il segno d’esclamazione o d’interrogazione, la lettera minuscola. [“…Novecento suonava, non smetteva un attimo, ed era chiaro, non suonava semplicemente, lui lo guidava, quel pianoforte, capito?, coi tasti, con le note, non so, lui lo guidava dove voleva …”] Anche in questo caso vale lo stesso consiglio: è meglio non abbondare di questi due segni [Che bello!!!], è perfettamente inutile, ne basta uno [Che bello!]. [melius deficere quam abundare]

Niente virgola!

Una leggenda metropolitana che non vuole lasciare le aule scolastiche è quella secondo cui prima della congiunzione e sia errato porre la virgola: è un falso storico. Anche in questo caso non vi può essere una regola fissa stabilita dalle grammatiche ed a cui dobbiamo attenerci. Dipende dalle diverse situazioni linguistiche, ma è certo che non solo si può porre la virgola prima della congiunzione e, ma, talvolta, è opportuno farlo.
[I' vedea lei, ma non vedëa in essa mai che le bolle che 'l bollor levava, e gonfiar tutta, e riseder compressa. (Dante:Inferno XXI)]
Da rilevare inoltre che non solo la virgola può precedere la e congiunzione ma anche tutti gli altri segni d'interpunzione. 

Ercole Bonjean
Se questo post ti è piaciuto, condividilo su FaceBook, Twitter o Google Plus
Se non hai trovato quello che cercavi, cerca nel sito

0 commenti:

Posta un commento