DIDATTICA SCUOLA PRIMARIA

Didattica Scuola Primaria di Ercole Bonjean

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lunedì 16 maggio 2011

Commento della poesia di Giuseppe Conte tratta dalla raccolta “L'oceano e il ragazzo” nella parte IV “Dee in esilio”.

L'oceano e il ragazzo” nella parte IV “Dee in esilio”


Forse era il tuo agguato che temevo
quando scendevo correndo la sera
per via Maria Cristina, sino al portone
dai due scalini di lavagna.
C'era un arco da dove si svoltava
per una piazza, un Duomo di colonne
greche e cupole grigie, elmi
squamosi, giganti. Santi di gesso
mi apparivano in volo, gladi, scudi.
C'erano le facciate dalle finestre
cieche, i magazzini dei marmi
e degli oli, gli angoli dove giocavano i
bambini e battaglie con i tappi di
latta.
Correvo contro il vento di tramontana
verso la Fondura già buia, il Faudo
inspiegabile sopra i tetti, come un altare.
Correvo se un passante giù poteva
somigliare a mio padre che ho adorato.
Forse era il tuo agguato che temevo,
il richiamo serale verso alberi soli, fatati
il mistero autunnale che portavi
con te, strega dei cortili
nascosti con i pozzi,
i nespoli.

Giuseppe Conte

Nella poesia il poeta ricorda i luoghi più cari in cui ha vissuto il suo primo amore giovanile e con esso la paura del suo primo incontro importante “forse era il tuo agguato che temevo” della sua adolescenza. Giuseppe Conte abitava ad Imperia Porto Maurizio in via Carducci, una volta chiamata Maria Cristina. Rivive, attraverso la lirica, le sue corse dalla salita sino al Duomo “correndo la sera per via Maria Cristina” ed esprime attraverso la melodia delle parole un percorso a ritroso del tempo in cui descrive, con una punta di nostalgia, i luoghi in cui ha vissuto gli anni della sua giovinezza. E' impresso nella memoria il ricordo del Duomo di Porto Maurizio che trova girando l'arco, che ancor oggi è situato alla fine della salita in via Carducci. Tra realtà e fantasia lo descrive attraverso la memoria dell'adulto e lo stupore dell'adolescente “un Duomo di colonne greche e cupole grigie, elmi squamosi, giganti. Santi di gesso mi apparivano in volo, gladi, scudi". Riaffiorano nella memoria del poeta del mito le immagini delle “finestre cieche” che ancor oggi possiamo osservare in alcuni antichi palazzi di Porto Maurizio, finestre solo dipinte, finte. Ripensa ai magazzini degli oli e dei marmi, oggi scomparsi e sostituiti da altri negozi, agli angoli delle vie in cui giocavano i bambini in quegli anni con i tappi di latta delle bottiglie. E' ormai giunto il tramonto quando il poeta corre verso la Fondura ormai buia mentre spira in senso contrario il vento di tramontana, e il Faudo sembra ancora più vicino (inspiegabile) per un effetto ottico, sembra voler dominare tutto l'ambiente circostante (un altare).
Cerca tra i passanti qualche volto che assomigli a quello del padre che ha molto amato.
Nel finale, come all'inizio della poesia, il poeta manifesta paura per un incontro importante (l'agguato), ma al tempo stesso di farlo con la complicità della sera, della natura “il richiamo serale verso alberi soli, fatati il mistero autunnale che portavi con te” ed esprime ancor più chiaramente il suo stato d'animo, nell'ultimo verso “strega dei cortili nascosti con i pozzi, i nespoli”. Proprio la parola strega è espressa solo apparentemente in senso di spregio, in realtà questa parola racchiude tutto l'amore del giovane Conte per la donna dei suoi sogni.

(Ercole Bonjean)

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